Cucinare. Da Pietralata.

 

«Dopo le due, due e mezza, la vita a Pietralata tornava sotto traccia. Non si vedevano che masnade di pupi, in mezzo ai lotti, o qualche donna allo sgobbo. Non c’era che sole e zella, zella e sole. Ma era ancora marzo, e faceva presto il sole a calare giù dietro Roma. L’aria tornava in penombra e quasi gelata. Come i ragazzini risortivano fuori di scuola, era quasi l’ora del tramonto.
E la borgata era ancora deserta, perché gli operai staccavano dal lavoro più tardi, il cinema aveva aperto da poco e i due o tre bar ancora si dovevano affollare dei soliti senza speranza (…) I burini già avevano smesso di lavorare, negli orti lì intorno, e Via delle Messi d’oro, coi cerasi e i mandorli al primo boccio, era tutta vuota, mentre si sentivano da dietro i casali delle voci di giovanotti che cantavano facendo i Claudio Villa, e, più lontano ancora, le trombe del Forte che suonavano la libera uscita.
Sotto il pilone del ponte dell’acquedotto c’era Tommasino (…) Cominciò a correre come uno scianchettato, con l’altro ai tacchi, verso la fermata del 211 che arrivava da Montesacro pieno di morti di fame e di militari del Forte. Pure gli altri correvano, fischiando, come una truppa di sciacalletti (…) Tommassino allora s’acoccolò lì accanto alla bancarella, ai piedi della Sor’Anita, su un resto di marciapiede. Pareva fosse già sera, e faceva freddo: in quell’aria fredda e scura, contro Pietralata, il banchetto pareva ancora più piccolo». Tratto da UNA VITA VIOLENTA di Pier Paolo Pasolini

A volte cucinare per tante persone ha tutto fuorché del poetico.
Nella mia cucina, bestemmie in ferrarese di Dei maiali incontrano come dragoni nel vento madonne serpenti, tipiche dei territori toscani.
Ma in cucina ovviamente c’è di più, se sai aspettare arriva il tuo premio. Le coccole, dopo le ferite.

Durante la preparazione è un continuo delirio di conti e sapori e la vita e la morte e la carne e la verdura. Non ti accorgi di nulla, quasi non sei cosciente, ma quando l’acquisisci, la cucina è un tranquillo freestyle. E se ci provo, a fare una frittata uguale all’altra, non sono capace. Almeno oggi è così. Ieri non lo era e forse non sarà così neanche domani.

Rifletto sul fatto che è cambiato qualcosa, la stessa cosa che cambia ogni volta, e che mi permette di scandire fra loro le ricette, e i giorni: io.
Solo io sono la variabile d’ambiente, e come costanti la voglia e il bisogno di stare bene. Ma a volte la fatica è talmente tanta che il lato positivo non lo vedi quasi.

Lo rincorri, certo, con la padella in mano, col disegno del piatto, con quell’ultimo pizzico di sale che potrebbe cambiarti la vita. Rincorri il bene in deliri di glutammato monosodico chiamandolo Umami. Rincorri il bene per te stesso cercando di farne agli altri e di convincerli che non è finita, che possiamo ancora mangiare qualcosa, che non è tutto contaminato.

Mi dico fallo!, quel piatto fallo coincidere con quell’immagine di gusto che hai nella testa e che è legata al palato da un filo, che non è la lingua, ma qualche neurone che dal cervello s’è allungato come una liana verso il cuore.
La cucina sembra non ripagarti mai, sembra afferrarti la testa e le mani, pronta a gettarti nell’olio bollente. Sembra volerti solo distruggere il corpo, lasciarti una firma fatta di vene sulle gambe, sembra volerti bruciare friggere spellare, ammalare.
Ma oggi quando non ci pensavo più, dopo il servizio, quando la barca è arrivata in porto, mi sono trovata di fronte uno spettacolo spettacolare: Pietralata, davanti ai miei occhi, stasera, con tutto quello che rimane della sua terra: la terra appunto, alberi, Aniene. Foglie verdi. Le case popolari sempre lì, a contenere famiglie troppo numerose.
E tanto spazio da guardare lontano, da riflettere, da piangere, con quel piatto nelle mani, e poi arriva il momento per pensare: vuol dire che la gente ha finito di mangiare. Manchi solo tu, la cena del cuoco è sempre la meno importante. Alla fine del servizio forse vai in bagno. Forse ti asciughi il sudore. Forse un bel bicchiere d’acqua. Forse ti concedi un sogno guardando le stelle (sì, ho detto un sogno guardando le stelle ), o guardando le stelle pensi che poi andrai a casa a scrive ste cazzate che state a legge voi adesso.
Stai lì, ancora con la divisa addosso, con le mani e gli avambracci talmente congestionati che la pelle sta iniziando a spaccarsi. Col torcione attaccato al grembiule, con l’odore acre di cucina e sudore e il forte sospetto che una volta arrivato a quel punto sei talmente ripugnante che neanche una doccia ti salverà dal non fare l’amore con nessuno quella notte. E forse neanche ce la faresti. Si potrebbero fare tutti questi pensieri. O forse, come me questa sera, hai cucinato assieme agli altri, hai affrontato il servizio, e poi ti sei finalmente seduto ad assaggiare quello che hai cucinato. Lì tutto si è svelato. In bocca. Si è chiuso quel cerchio, come ogni volta vorresti. Hai fatto l’impossibile in due giorni e poi neanche tanto tempo per assaggiare. Ma.. è tutto buono. Tutto ha il sapore che meriterebbe di avere.

Non hai insultato te.
Non hai insultato i commensali.
Non hai insultato il tuo lavoro.
Non hai insultato il cibo.

E forse c’è un motivo se ho scoperto tutto questo su questa bellissima terrazza.
In lontananza ho potuto vedere la casa in cui ho passato l’infanzia, l’adolescenza, la tristezza, la felicità, i gusti che porto con me.

Pietralata.

Nota: Questo è un post che avevo scritto due anni fa.
Foto: dall’alto verso il basso, tratte dal sito l’Unità/Pasolini.net/Mondo Tram Forum

Comments

  1. claudio says:

    Piacevole lettura, abbraccio . c.

    Mi piace

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