Do the right meat.

Di Tokyo Cervigni –
Ogni personaggio, artigiano o artista ha bisogno dei propri attrezzi per arrivare al successo. Protesi tangibili del proprio ego. Esisterebbe il mito di Radio Raheem senza il suo Ghetto Blaster? Questa era l’immagine che avevamo di Brooklyn negli anni ’80: quella che guardavamo da ragazzini nei film di Spike Lee, ascoltando i Public Enemy che c’incitavano a combattere il potere.
Siamo nel 2011 e quella stessa energia sembra non essersi esaurita. Brooklyn continua ad essere il quartiere di New York in cui si combatte e ci si ribella. Dall’alto di magazzini dimenticati nel cuore di Williamsburgh o di Greenpoint si gettano urla di sfida contro la skyline di Manhattan, si inveisce contro gli incessanti rumori di sirene e del traffico che attraversano l’East River per rompere la quiete di Brooklyn. Certo, in 20 anni le cose sono evolute e gli strumenti per combattere il potere sono cambiati. Meno male. Gli abitanti di Brooklyn sono diventati moderni Don Quixotte. Si scagliano contro i mulini a vento, armati degli strumenti più assurdi. Incazzati ed entusiasti, pacifisti e pieni di speranza. Il gigante capitalista e macinagrano di Wall Street è contrastato dai sempre più numerosi Farmers Market. I grattacieli più alti sono sfidati da terreni abbandonati, trasformati in orti urbani, in cui gli hipsters si vanno a sporcare le mani per allevare capre o farsi crescere la propria verdura. Ed Infine troviamo i protagonisti di questa storia, giovani macellai, armati fino ai denti di mannaie e trincianti. Freestyler della griglia, rivoluzionari del macello, in una città in cui la carne si compra sfilettata, sottovuoto e congelata. Possibilmente in un supermercato.
Oramai tutti li chiamano Neo-Butchers, e a loro piace da morì. Ognuno con la sua storia incasinata. Ognuno proveniente da una professione diversa. Convertiti solo da qualche anno a questa parte alla religione della T-Bone. I loro nomi? Tom Mylan, Brent Young e Ben Turley. La loro macelleria si chiama “The Meat Hook”, in piena Williamsburgh, ed è la prova che un oggetto macabro e inquietante come un uncino da carne possa diventare un oggetto di culto, un’icona. Bandiera sotto la quale alzare il pugno, in nome della buona carne. Quella allevata in modo responsabile, quella di mucche che vengono dall’upstate newyorkese, a poco più di cento chilometri dalla città, e che conoscono il sapore dell’erba. Carne cazzuta, che può frollare per settimane senza accorgersene. Carne eccezionale, il cui grasso unge le labbra e sporca le magliette.
Sintesi erotica dell’amore fra vacca e consumatore.

Brooklyn, Bronx, Queens and Staten
From the battery to the top of Manhattan
Asian, Middle-Eastern and Latin
Black, White… New York, you make it happen

Nella città in cui tutto e tutti possono diventare una rock star, bastano gli stumenti. Quelli giusti: un uncino, una mannaia e un trinciante.

Nella foto di Natalie Behring (NYT), da sinistra a destra: Tom Mylan, Brent Young e Ben Turle.

Trackbacks

  1. […] tempo fa su queste stesse pagine vi parlavo di Meat Hook, l’incredibile macelleria anarchica di Williamsbourgh. È tempo di ricominciare la nostra […]

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