ccccc / che c’entra Coachella col cibo.

Come ogni anno parte la mia “Rosicata Generale”,  oramai diventata quasi una ricorrenza.
Il web mi ricorda che anche quest’anno in giro per il mondo ci saranno situazioni “stràfiche” alle quali non potrò prendere parte.

Mentre sono qui, a casa mia, con il culo sul divano e i piedi nelle pantofole (vestito da giovane italiano alternativo medio) in giro per il mondo, attivi oramai da qualche mese, gli organizzatori dei fantastici eventi / festival / concertoni o come li volete chiamare, sono intenti a rendere pubbliche le loro line-up.

Naturalmente al nostro “paesello” queste dinamiche non interessano, la musica, in particolar modo quella estera, sembra essere diventata un tabù. Tutto d’ un tratto abbiamo riscoperto quanto sono belli e bravi i nostri artisti (anche se io li preferisco brutti e cattivi), ma soprattutto quanto costano poco.

Anche quell’allegra nuvola di buon umore che fino a due anni fa aleggiava sopra il cielo di Osoppo è stata costretta a chiedere asilo nel “paese dei pinchos“, evito di parlare delle ragioni.

Cerco il programma del Rock The Bells, quello dello Sziget, quello dell’hiphopkemp, molti di questi ancora top secret, poi mi ritrovo a leggere quello del Coachella festival e vorrei essere già in aprile e volare fino a Indio, California.

Se davvero c’è un fanciullino dentro ognuno di noi, il mio ha già preparato le valige ed è pronto per:
– vedere Dr. Dre e Snoop (doggie) Dogg di nuovo assieme
– pogare in mezzo a migliaia di persone al suono di “CUT AWAYYY, CUT AWAYYY” dei riuniti At the Drive in
– assistere a un live dei Black Keys, quelli che assieme a Damon Dash hanno partorito un così bel progetto come Blakroc

I miei occhi sognano, sognano ciò, perché sanno che da qualche parte nel mondo questo è possibile, ché non è tutta una finzione come la 4a di Courtney Love.

Tutto questo sognare naturalmente mi fa venire fame: ok essere rock ‘n’ roll o fumare marijuana al tramonto mentre ascolti Parabola dei Tool, ma io indosso un cappello da cuoco, mica l’ Energy Dome dei Devo. Quindi a ‘na certa devo pur mangiare.

A Indio anche il cibo prende le distanze dal trattamento riservatogli ai concerti nostrani. Ovvero: camioncino grigio topo parcheggiato

davanti al palazzetto del ghiaccio che detiene l’esclusiva su tutti i rifornimenti a base di zuccheri, grassi saturi, proteine e carboidrati nel raggio 5 km. Nell’ ingiustificabile prezzo del panino che hai avuto il coraggio di mangiare, il tanfo micidiale della salsiccia proveniente da allevamenti clandestini in provincia di Bratislava, lasciata a morire sulla piastra, è incluso.

In questo festival invece il cibo viene preso sul serio: sull’homepage del Coachella infatti troverete la pagina FOOD AND BEVERAGES, con tanto di premessa iniziale su prodotti vegetariani / vegan / biologici / per celiaci / Km0.
Ristoranti, birrerie, e svariati Food Trucks propongono vari stili di cucina: sei vegano? Vegetariano? Allergico al glutine? Sarai saziato. Vuoi permetterti il lusso di una fame chimica a km zero? Potrai farlo.
Ora vi lascio, vado a fare un buco ad un barattolo di pelati (Gerardo di Nola, ndr), ci faccio un salvadanaio, e vediamo se questo sarà o no l’ultimo anno della mia “Rosicata Generale”.

Godi Forte!

Comments

  1. bella riflessione! ci pensavo anche io l’anno scorso mentre mangiavo un piatto vegan al Primavera sound festival (Barcellona). in uno spazio infinito dedicato al food puoi trovare di tutto e per tutti i gusti. ma parliamo comunque di festival importanti con delle line up da urlo e con organizzazioni eccellenti. e quest’anno ci ritorno!

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  2. Ci fossero anche qui da noi queste macchine macina soldi, magari macinare soldi promuovendo qualcosina di valido in più.
    Ripeto, fatico a pensare a un festival di questa portata qui in Italia, pochi soldi e non abbiamo testa, e mi spaventa un po’ perché è un pensiero che abbraccia anche altre realtà, non solo quella musicale.
    Si può parlare di recessione culturale? chiaro che ci sono le eccezioni, ma dispiace di doverle vedere come tali.

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  3. Il mio salvadanaio è quasi pieno per questo:
    http://www.readingfestival.com/

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  4. Francesca Barreca says:

    Oya Festival, chissà se in Italia una cosa del genere attirerebbe pubblico…
    Comunque vojo i credits del titolo. Marco la tua cultura musicale non conta niente, senza i miei titoli.

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  5. tutto vero, tutto giusto. E’ che noi italiani siamo pure cojoni, non ci rendiamo conto che il pubblico dell’indie rock è in buona parte interessato anche all’ambiente e a quello che mangia. Coachella è una macchina da soldi di proporzioni titaniche, quello che fa lo fa perché massimizza il suo profitto, non dimentichiamolo.

    In Europa il modello di riferimento è l’Oya Festival di Oslo ( http://oyafestivalen.com/ ): cibo tutto biologico, riciclaggio della pressoché totalità dei rifiuti prodotti tramite un programma a premi per i più piccoli e rimborsi in denaro per i più grandi, enfasi sulla sostenibilità e sui prodotti locali. Fu un discreto culture shock, ormai quattro anni fa.

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